venerdì 20 novembre 2009

Quarkettoes: La leggenda del sistemista scomparso.


Buonasera(hmmm).
Puntata(hm) speciale di Quarkettoes: Ha'voyager.
Ci addentreremo(hm) in uno dei tanti misteri che avvolgono questa ditta, questa fucina di surrealtà, questa banda di def... deferenti adoratori del profitto che popola la Internettoes spa(hm).
Stasera ci occuperemo de: la leggenda del sistemista scomparso(hhmmm).

Nel lontano 2008 Fred Dukes fu assunto per assolvere alla funzione di tecnico IT.
Ben presto soprannominato Blob (vedere figura) per il suo instancabile dinamismo et enorme mobilità, si rese subito malvisto da tutti.

Reperto 1
Brani di conversazione tra colleghi:


Collega ignoto 1: Ehi, hai visto Blob?
Collega ignoto 2: Sì, sta alla macchinetta del caffè.

Collega ignoto 2: Dov'è Blob?
Collega ignoto 3: Alla macchinetta del caffè.

Collega ignoto 3: Blob?
Collega ignoto 2: Macchinetta.

Collega ignoto 2: Caffè?
Collega ignoto 1: Blob.

Se c'era un problema tecnico interno all'azienda, tutti si rivolgevano a lui e... la stella nascente dell'odio ingrossava (so’ forte co’ e parole esoterique, eh?).
Fred Dukes non arrivava quasi mai, non risolveva quasi mai una beneamata mazza di niente, e già fin dall'inizio nella gente comparvero sintomi inquietanti: non si ricordava come fosse fatto, se non che era mostruosamente grasso e deforme.
Ah, la gente, che schifo di plebaglia.... anche a me da piccolo mi ricordavano solo per quell'unico brufolo di sei litri che avevo sullo zigomo!
Bastardi, ma ora sono ricco e fiquo, e voi siete poveri idioti che votate un ladro sperando che sia Robin Hood, e invece è solo Hood AH AH AH ho vinto io, che me pagheno pe' ddì tutte 'ste panzane maggiche, er sacro graal de noantri, i sette saggi de Sio (ma chi? Teresa?), e quello che je appare la Maronna cor cappello de feltro, a quellantro quella coi baffi, che ce li ha disegnati Gegio d'a terzaddì, t'el disi mì, e quell'artro ancora dice che sa arzà le pentole cor penziero, e arzame 'sto puparuolo, che ormai me ce vole er miracolo, creduloni, abboccaloni, manega di buffoni, mentecatti, mantecati, mantegazza & cattanei & gazzoni vi alter!

(Musica di Mozzarte, pe' calmasse)
Sì, ecco, chi andiamo, da dove siamo, dove veniamo, che ne so, io sono Robeppe Cacioppermind, ne so di maggìa mica de domande utili... dicevo?

Quando(hmm), in un giorno piovoso(hm), freddo e puzzolente, che Milano puzza(hm), si sa(hm), il Dukes diede i primi segni di scomparsa(hhhmmm).
Iniziò con la sensazione che al telefono non rispondesse lui, ma un messaggio registrato.

Reperto numero 2
Registrazione di conversazione.


Blob: Sono Dukes, dimmi.

(Utente ignoto): BLOBBB!
Vieni, presto, abbiamo installato la webcam nella sala delle torture della giovin sorella del diretùr!
C'è il l'ugandese che GLI fa le pulissie già incatenato!

Blob
: Hai attaccato la spina del pc?

(Utente ignoto)
: No, non gliel'ha ancora attaccata nel cu-

Blob
: Hai riavviato il pc?

(UI)
: Ma che stai dice-

Blob
: Richiamami quando hai riavviato il computer, ciao.

(UI)
: Ma ugandese, torture, giovin sorella con frustino e stivali in pelle...

Blob
: tu, tu, tu, tu...

(UI)
: Non è più il nerd depravato di una volta, non trovi?

Poi il Dukes comparve dietro una scrivania col cartello "the IT is IN", ma stranamente perdeva della paglia dalle ascelle.

Infine scomparve definitivamente dall'office extension, che per noi che parlamo come magnamo sarebbe la lista degli impiegati.
E non si ebbe più traccia della sua presenza su alcun database.

Be', direte voi (che se non lo direte ve viene a prenne l'angelo d'a morte der Travertino, che me deve un favore dar numero sulli misteri d'e catacombe), l'avranno dimissionato (costretto ad andarsene), che se prenneva troppi caffè.

Ennò, perché de solito:

1) se uno viene licenziato gira la mail di Emma Frost che dice le solite parole grondanti di circostanza e ipocrisia, traspiranti odio, "dopo anni di feconda collaborazione, ecco che intraprende una nuova avventura, ma gli vogliamo sempre bene (possinammazzallo, ma non lo scrivo)”;

2) l'ex collega offre un giro di limoncelli, un pastarito, una partita a tarocchi della val Sugana, una partita di coca peruviana, o almeno manda una mail che saluta tutti, o addirittura va a trovarli nei rispettivi uffici (la macchinetta del caffè, in questo caso)

Ma nel nostro caso: gnente.
Quindi che fine ha fatto Fred Dukes?
La Cabala (organizzazione trasversale e segreta che governa la Internettoes SPA alle spalle della dirigenza, e nella quale si mormora partecipino Emma Frost e Norman Osborn in persona) lo ha fatto sparire deportandolo nella filiale di Criceto a Mare, provincia di Catania?
È stato abducted dagli alieni e fatto ricomparire sul balcone del Cremlino al posto di Breznev (si assomigliano fisicamente, e tutte e due, da un certo momento in poi della loro... vita, chiamiamola vita, via, hanno perdite di paglia sotto le ascelle)?

Non lo sappiamo.
Noi riportiamo solo i fatti.

Per le soluzioni maggiche, 'o miracolo(hhhm), non ci sbattiamo neanche, che avete eletto Abberlusconi, chi mejo de voi ne sa di fede nell'occulto?

Nelle prossime puntate:

Altri misteri!
L'operatore dell'helpdesk scomparso!
L'uomo tuttofare scomparso!
Il cervello di Courtney Ross, scomparso!

Non mancate!
Non scomparite…

Robeppe Cacioppermind e Ha’voyager ce saranno!

martedì 17 novembre 2009

Spersona.

Caro Pepper,
qui, come sempre, sono tutti indaffarati a badare a se stessi.
Così intensamente che percepiscono la vita con il corpo, e gli sembra che sia un altro essere vivente.
Sì, “la vita”, ai loro occhi, diventa una persona.
O meglio: uno strano, sterminato animale.
Ma un animale come loro.

Strategia intenzionale inconscia.
Anche questa si utilizza da sempre.
Tipo che dici che quella pianta ha sete.
Invece la pianta ha solo bisogno di acqua per sopravvivere.
Che la sete è roba solo tua, non sai mica se la “prova” anche lei.
Ma loro, questo atteggiamento, lo stirano fino allo spasmo, a coprire tutte le cose, tenerle al caldo, che il freddo fa paura.

Ti ricordi quando eri lì nel cortile a parlare con i tuoi amici, a ridere, tirando tardi?
Quella sera là.
Un fragore mai sentito prima, l’aria che scompare, poi torna spazzando l’atrio con la rabbia della disperazione, e tu che abbracci la tua amica, rannicchiandoti.
Poi il silenzio del fischio nelle orecchie.
E il lamento continuo che viene da quella finestra, mentre iniziano ad affacciarsi dai balconi e all’udito le voci spaventate, che cosa è successo?, cos’è questo odore, lì, lì!, FUOCO!
Poi capisci che è un’esplosione.
Un'esplosione in quell'appartamento, che da lì arriva quel pianto di sofferenza.
Una persona sta bruciando.
Un mondo che si sgretola.
La vita non è più un animale come te.

Credere che la natura, o “tutto il resto”, possegga un carattere come qualsiasi persona, è normale.
Ma arriva il giorno che tutto fa il suo sporco lavoro di “tutto”, si mostra per quel che è: un viaggiatore indifferente.
E sgozza l’incantesimo.
Non c'è niente, là fuori.

Il principio di carità fa cilecca se lo concedi a gente come Maroni figurati se ci provi addirittura con l’universo.
Che pretendi.

Ecco perché qui la gente cammina a testa bassa, quasi acquattandosi, che non sa più come immaginarsela la realtà, quando chi la comanda è un esercito strampalato e inintelligibile.
Ecco perché qui, se esplode un appartamento…

Ci sono solo occhi vacui che lo osservano lontani.
Il guizzo delle fiamme ci si specchia.
Poi senti le sirene.
Allora torni coi piedi sull'asfalto bagnato.
Pensi che non hai ancora preso il pane.
Pensi che è meglio che vai.
Che fa troppo freddo.
Troppo.

Niente saluti
dai territori occupati.
Mai tuo
Ghost Mind

L'altro viaggio. (2)


L'uomo è appesantito, ma si arrampica.
Facendo leva sulla roccia che emerge dalla terra secca, raggiunge la cima.
Poi si volta a guardarli.
Si passa una mano tra la barba sfatta, facendola scricchiolare.
Il pazzo, la punkettina e il capellone.
Ci sono ancora tutti.
Da qui bisogna prendere lo scivolo che passa sopra il mare, dice loro, indicando con un braccio teso la struttura alle sue spalle, ma senza guardarla.
Sembra uno di quegli scivoli che c'erano nei parchi acquatici, una volta.
Ma è alto, ripido, sembra non finire mai la sua corsa.
Passa sopra il "mare", quella distesa di sabbia marcia che ora esiste al posto del vero mare.
Illustre scomparso da tempo, la parola stessa significa altro, ormai.
L'uomo non ci pensa su, e si arrampica sulla scala.
Anche quella è altissima, da non guardare sotto, che ti viene un buco dentro.
Ha paura mentre sale, e spesso si guarda sotto, anche se sa che non deve farlo: la faccia grassoccia e sporca del pazzo, quella minuta e pallida della punk, e quella spigolosa del capellone, che diventano sempre più lontane.
Stringe i denti e le mani attorno ai tubi arrugginiti.
Piolo dopo piolo, arriva alla fine.
Si siede, le mani sui bordi dello scivolo di metallo consumato, rigato, ansima di paura.
Si dà una spinta, che tanto scendere dalla scala non se ne parla.
Meglio lo scivolo.
L'aria diventa sempre più spessa, veloce, fischia nelle sue orecchie, mentre gli sembra di cadere, tanto è verticale la discesa.
Muoio, finalmente, pensa freddo, ma poi di colpo l'inclinazione cambia, lo stomaco arriva in gola, la voglia di vomitare, la testa, gli occhi che vogliono esplodere per la pressione.
Poi rovina sulla sabbia, alzando un'ondata di grani scuri, e polvere che rimane incollata a mezz'aria, tanto è densa, umida.
Sbatte le mani tra loro, e poi sui jeans.
Si accerta di avere ancora la borsa a tracolla.
Guarda verso la punta della costa, disseminata di scogli spelacchiati, frangiflutti smangiucchiati, e altra pietra ormai inutile.
Vede in lontananza la forma aliena dell'aeroporto della città, strambi volumi protesi nello spazio, sembra un granchio, grasso di acciaio, che si arrampichi verso il sole.
Si volta quando sente un tonfo alle sue spalle.
Viene investito da una sventagliata di terriccio e odore di polvere rancida.
È arrivato il pazzo, che già fruga nel suo zaino, la dinamite.
Gli altri?, gli chiede.
Si cagano sotto, non vengono, sono tornati a prendere il treno.
L'uomo con la barba sfatta scuote la testa.
Andiamo all'aeroporto, che si sta facendo buio, dice al dinamitardo.
Si avviano rimanendo vicino la costa, attraverso scogli rotolati in quella distesa nera, diretti a doppiare quel promontorio.
In lontananza l'aeroporto è già una gigantesca cattedrale buia.
Pochi rasoi di luce alle sue spalle illuminano appena la sua pelle di metallo.

Rimango rannicchiato sul fianco.
Fa freddo, mentre tasto con la mano il pavimento, le scarpe.
Devo sbrigarmi per l'aeroporto.
Poi agli altri ci penserò.

venerdì 13 novembre 2009

Ma mangi mail&volpe al brunch?

Zia May è andata in pensione.
Lacrime, strilli, cotillon e
condillac... di gioia e tripudio, ovviamente, soprattutto per noi dell'helpdesk, che era una simpatica, niente da dire, ma berlusconiana e rompipalle in modo così meccanico e puntuale che si sospetta fosse la tanto favoleggiata donna-macchina di La Mettrie.
E non sapeva una beneamata mazza di quello che vendeva.

Mentre invece quella nuova...

Ah già, perché:
DLIN DLON, esce zia May ed entra... la giovane, alta, di buona famiglia e fiqua:
Courtney Ross.

Il suo profilo nel database aziendale recita (che già che reciti qualcosa... dell'helpdesk l'unico che ha compilato questo metodo di controllo aziendale è stato Mr Fantastic, tutti gli altri si sono prodotti in fischi, sputi e pernacchie, con grave scorno della Regina Bianca):

Hobby: caccia alla volpe.

Silenzio in sala.

CACCIA ALLA VOLPE?!?, dico, CACCIA ALLA VOLPE!!!, dico, CA!!!, ... zzi e carote!, che me ne vado in loop se no.

Cioé, playstation, telenovelas, shopping come tutti... NO?
CACCIA ALLA FOTTUTA VOLPE?
Ovviamente arriva il nomignolo istantaneo: Courtney Catch-the-fox Ross.

Ma veniamo all'oggetto del contendere.
Ecco una mail graziosamente inviataci da lei stessa, scritta di proprio pugno, tutto guantato di capretto s'intende, a domini@internettoes.it:

Alcune richieste da un (magari te volevi dire "dal") nostro cliente Ciccioni& C:

- ci chiede se è possibile aumentare la quota della mail (singola) in ricezione oltre i 13 MB.

(ora... la mail sono come minimo di 20 mega, quindi che ceppa di mail gli hai venduto?
Da 13?
Sono tipo le banconote da sette euri?
Vabbe', dai, ho capito... te volevi dire se è possibile fare in modo che possa ricevere messaggi che vadano oltre i 13 mega, però, via, snebbiati il cranio, che se no chissà che cosa mi vai a vendere, che qui mica si smerciano pelli conciate)


- sembra che a partire da oggi 11/11/2009 si possano inserire altri caratteri (non latini) all’interno del dominio (traduco per te stessa, che poi ti rileggi e non ti capisci: è possibile registrare domini che contengano caratteri non latini, perché coreani, cinesi, cirillici e tutte queste razze inferiori si sono messe in testa che vogliono vedere i loro domini nella loro lingua da sottosviluppati, TZK... scaglierò loro a dietro la mia muta di cani da caccia!).
Ad esempio loro vorrebbero poter registrare un dominio con caratteri come “&”, mi fate sapere se siamo attrezzati?
(Certo che siamo attrezzati: abbiamo tutti una tastiera munita di tastino "&"... ma che stai cianciando?
Fa la vera domanda, via: È VERO che si possono registrare i domini così e cosà?
Su, non far finta di essere intelligente, che ormai abbiamo capito che il tuo cervello è simile a pezzetti di brasato di selvaggina che navigano in un sugo unto di quelli che te se reimpongono er giorno dopo)

Attendo un vostro cenno,
(tutti assieme, immaginate il cenno al mio via.... VIA!)
Grazie

Neanche il tempo di risponderle e ne arriva un'altra:

Ciccioni, mi chiede se possibile sapere che tipo di notifiche forniamo riguardo all’invio di una mail.

Sbuffo, faccio 120 flessioni, sparo a due massaie che felici stendono i panni alle nuvole, picchio Impossible con l’immaginetta incorniciata di Zia May, e mi calmo.

1) Stai scrivendo a DOMINI, capito, DOMINI, non MAIL... fa niente eh?
Però che tu continui a chiedermi robe sulle mail all'indirizzo sbagliato, mi fa sorgere il dubbio atroce: ma sai che cos'è una mail?
Chi sta scrivendo in realtà?
Il tuo maggiordomo in livrea che nel contempo provvede alla tua vestizione, calcandoti con inaudita violenza il cappellino nero sulla cozza?
Mi pare l'unica spiegazione, visto l'insensatezza della richiesta (non sapere che in ogni misero outlook del mondo c'è il tastino del "richiedi conferma di lettura"... a meno che tu non voglia sentire gli squilli di tromba dell'apertura della stagione venatoria, po' esse), e vista anche la mancanza, come minimo, di un "di" o di un "se" nella frase, e l'utilizzo errato della virgola dopo il soggetto.

Dai, basta, adesso try to catch the fox, che se sei preparata sulla materia quanto lo sei con quello che dovresti vendere, ci va di culo che la volpe ti sbrana e avanti un altro.

Ah, la vita silvestre dell'her desk, ah, anvedi st'arcadia.

mercoledì 11 novembre 2009

Ermetica Mente: meccanici della sopravvivenza.

Per non soffrire i soprusi, le torture e la violenza mortifera delle forze dell’ordine, bisogna seguire queste tre leggi.

Le tre leggi della roboCOPotica.

1 Un essere umano non può ricevere danno dai rappresentanti delle forze dell’ordine se ha tanto culo.

2 Un essere umano deve obbedire all’istinto di sopravvivenza tenendosi alla larga dai rappresentanti delle forze dell'ordine, chiunque essi siano, a meno che questo non contravvenga la Prima legge.

3 Un essere umano deve proteggersi dai rappresentanti delle forze dell’ordine obbedendo a ogni loro richiesta, non importa quanto paradossale e umiliante essa sia, purché questo non contrasti con la Prima e la Seconda legge.

Corollario:
La legge 0 (“un essere umano indifeso non verrà mai ferito o ucciso dalle forze dell’ordine”) è valida soltanto in pochissime e del tutto immaginarie società.

giovedì 5 novembre 2009

Feriopoli.

Santippe: Pronto?
Pepper?
C’è qualcuno lì dentro?

Peppermind: Chiuso per ferie.

S: Ferie?
Sì, ma il blog?

PM: Ferie.

S: Ma sei a Milano, puoi scriverci lo stesso!
Che sei pigro…

PM: Ferie, ferie.

S: Ma che significa?
Essere in ferie non vuol mica di-

PM: Vuole, vuole, fidati.

S: E pulire la casa?

PM: Ferie.

S: ... i panni stesi?

PM: Ferie.

S: La libreria da comprare, il condominio da pagare, la riunione in cui discutere…

PM: Ferione, guarda.

S: Ma l'inquinamento, il razzismo, la volgarità, l’abuso…

PM: Ferionacce.

S: LA GUERRA!

PM: CACCACULO!

S: Ma sei un… un…

PM: Uno in ferie.

S: Ma neanche rispondere ai commenti?

PM: Mngnmn… nyò…

S: Eh?

PM: Mngnn… no.

S: No?

PM: ... no.

S: Ma su un po’!
Almeno a quelli rispondi!

PM: Ma ufa!
Nonciòvoja!
Ferie!

S: (sguardominaccioso)

PM: Va bene, va bene… lo faccio.

S: Non resisti granché, sotto pressione, eh?

PM: Ovvio.
Ferie.

SE TELEFONANDO… NO, NIENTE: FERIE.

venerdì 30 ottobre 2009

Vita in grani.

Il caffè senza zucchero.

Il caffè della caffettiera, che verso nella tazza da cappuccino, lo annuso a occhi chiusi, la condensa in punta di naso, e bevo.


Il caffè che hai i caloriferi che non vanno, maglioni su maglioni, aspetti domani che arriva l’idraulico, e ti scaldi.


Il caffè scuro come il mare scuro.


Il caffè del Nicaragua, che te lo senti nei denti, come il fumo dei camini di pietra di un villaggio.


Il caffè dell’Ikea, buono come un tavolo di mogano.


Il caffè che sono le sei del mattino, ancora 500 parole da tradurre, mi sa che non mi corico, vado diretto in ufficio a lavorare, ma prima me lo bevo, sbircio l’alba candida, silenziosa di sonni, lì fuori dalla finestra, nei cortili.


Il caffè della macchinetta dell’ufficio, miscela arabica, 6 centesimi più caro della miscela ciofeca, lo prendo doppio, ma mi viene da dormire lo stesso.


Il caffè che ti fermi all’autogrill, che guardi le donne abbronzate, i bambini, gli uomini con gli occhiali da sole e i ragazzi stanchi di tanti zaini, poi le montagne, poi ancora sull’autostrada.

Il caffè di Portos, dei Tre Moschettieri, di quel film là, che è un caffè nuovo, sapore appena arrivato, una vera droga, che la consuetudine di secoli non lo ha ancora ficcato nei caffè di tutti i giorni.


Il caffè della Coop, onesto, proletario, che ci sta dentro.


Il caffè che non mi vuoi, che non voglio andare a letto, un’altra notte a pensarti, addormentarmi per dormire niente, e svegliarmi col primo pensiero che sei tu, sempre tu, che non mi vuoi, e bevo con gli occhi aperti, li chiudo alla fine del sorso, che bruciano di vapore.


Il caffè che dopo c’è la sigaretta.

Sempre.

Il caffè che prima mangi le paste di mandorla di Avola, al fresco dei tavolini, che poco più in là c’è la piazza piena di sole, le ape car dei pizzaioli, la strada che porta al mare, mentre dall’altopiano cala la brezza che sa di campi secchi e pietra, e poi lo bevi, ed è dolce.

Il caffè che rimane sulla lingua, dopo la sigaretta.


Il caffè che si fa strada, scendendo, e si accoccola come un gatto caldo, nero, in attesa.


Il caffè del Kenya, aspro come la montagna, la fame, profumato come il tabacco di un mondo che è lontano, dove?, lontano.

Il caffè che, prova la miscela del Costarica, cacchio che buona, lo compro che me lo porto a casa, ma poi a casa sa di olive, che schifo è ‘sta roba.


Il caffè con lo zucchero, che non bevo più.

Il caffè della torrefazione vicino casa, che buono che è, lo ricompro, ma è sempre chiusa adesso, mi sa che è fallita, per forza, come fa a fare affari qui, non passa nessuno.


Il caffè senza zucchero, più maschile.


Il caffè che faccio girare ondeggiando la tazza, castano scuro come quegli occhi.


Il caffè che siamo seduti sul letto, che tu lo fai diventare freddo, e me ne accorgo quando faccio un altro caffè, e mi siedo di nuovo sul letto, e lo bevo di nuovo.


Il caffè che la gatta mi guarda che lo bevo, un sorriso nascosto dalla tazza.


Il caffè dopo mangiato, gli occhi che seguono il film che si agita sul monitor, le labbra no, che sto bevendo.

Il caffè dopo che hai appena ballato, rotondo, gustoso, sodo, come il culo di una negra.


Il caffè che studio, che bevo, che studio, che ne bevo un altro, che studio ancora.


Il caffè che, vieni, prendiamoci un caffè, che ormai è mattina, i muscoli indolenziti, le risate, la calma, di tutta una notte passata all’aperto, insieme alla città
.

Il caffè prima di uscire, che poi mi metto le scarpe, che fuori c’è il sole.


Il caffè che sono solo.


Il caffè che vabbe', un’alzata di spalle.


Il caffè che bevo.